15 Maggio 2008...2:42 pm

Ma di notte c’è l’orizzonte?

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Ma di notte c’è l’orizzonte?

Me lo chiedevo una sera mentre stavo con Jeanne sul ponte che porta all’isola Tiberina. Eravamo appoggiati alla balaustra e guardavamo il fiume che scorreva come tutte le altre sere. Anche i ciottoli che lastricavano il ponte erano gli stessi di tutte le altre sere. Se non fosse stato per l’umidità che ovattava ogni immagine la luna sarebbe sembrata una falce affilata, mezza nascosta dai rami dei platani del lungotevere. Nessuno di noi parlava da almeno due minuti quando Jeanne mi disse di guardare i lampioni accesi verso l’orizzonte. Secondo lei sembravano palloncini illuminati. Sai quante volte li ho visti quei lampioni? Sai quante volte ci sono passato su quel ponte? Sai quante volte ho calpestato quei ciottoli? Un numero di volte che non posso ricordare.

Non lo so se di notte c’è l’orizzonte.

Jeanne quella sera aveva un cappotto grigio di tessuto grosso e due occhi neri neri, i capelli ricci e le braccia sempre incrociate, e strette. Strette come il nodo più stretto che c’è, quello che poi neppure lo puoi sciogliere e sei costretto a strapparlo se ci riesci, oppure a tagliarlo. Strette come se avesse il terrore che qualche pensiero potesse scappare via da suo cuore. Il fiume poteva scorrere come tutte le altre sere e i ciottoli potevano essere gli stessi da chissà quanto tempo. Anni, decenni, secoli perfino. Anche la luna chissà quante volte era già stata una falce affilata, eppure di essere su quel ponte quella sera lo ricorderò sempre. Come se tutto fosse per la prima volta. Deve essere probabilmente per quel cappotto grigio di tessuto grosso o forse per gli occhi neri neri di Jeanne.

Forse non c’è l’orizzonte di notte.

Due occhi possono fare miracoli. Una cappotto grigio di tessuto grosso invece no. Allora devono essere stati loro, gli occhi di Jeanne, a penetrarmi e ad addormentarsi in qualche piega della mia memoria. Lei sostiene che le mie parole sono castelli di carta costruiti sopra fondamenta fatte tutt’al più di sospiri. Lo dice ogni volta che parliamo. Lo dice ogni volta che ci guardiamo. Lo dice ogni volta che ricordiamo. Io non lo so se questo è vero o no. Non lo so cosa significano davvero queste parole. So solo che le scopro ogni volta che mi fermo a ripensare ai suoi occhi. Le vedo salire, arrampicarsi lungo la schiena, le sento scaldarmi il viso e infine le vedo materializzarsi davanti al mio sguardo stupito. Due occhi possono fare miracoli e rendere inutile perfino l’orizzonte.

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