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Può un blog aiutare a pubblicare un libro?

Martedì 8 Settembre 2009 è uscita un’intervista sul n. 146 di “Spot and Web”, rivista online gratuita specializzata in marketing, interessata alla pubblicazione di “Quello che manca” e in particolare all’uso di questo blog come strumento per la ricerca dell’editore. Una delle prime domande di Fabio Muzzio, il direttore della rivista, è stata proprio su questo argomento:

D. Sei arrivato alla pubblicazione del tuo libro sfruttando le potenzialità della rete, tanto da poter definire Quello che manca un caso mediatico: ce ne parli?

R. L’obiettivo che mi ero posto da subito per questo lavoro era stato la pubblicazione secondo modalità classiche, evitando scorciatoie tipo quelle degli editori a pagamento o tipo quelle del print on demand. Dopo aver finito le prime stesure avevo in mano un testo che credevo ce la potesse fare e ho cominciato a pormi il problema della ricerca dell’editore. Ho scartato l’ipotesi dell’invio casuale ad un gran numero di editori perché immaginavo che sarebbe servito solo ad aumentare lo spazio occupato in qualche magazzino e ho pensato di utilizzare internet e le mie competenze lavorative in questo settore per generare quella minima attenzione necessaria a far leggere il romanzo. È nato così il blog “Quello che manca – Storia di un libro in cerca di pubblicazione” con l’idea di far circolare dieci copie sul modello del bookcrossing oppure quella dell’invio ripetitivo di cartoline ad qualche editore. Proprio  il blog mi ha procurato diversi contatti, uno dei quali, con la casa editrice Zero91, è stato quello decisivo. Alla fine, nonostante i momenti di scoramento, nei quali pensavo che fosse tutto tempo sprecato, devo dire che è stata una scelta che ha portato i suoi frutti.

Per leggere l’intera intervista potete scaricare la rivista.

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Il Manifesto di Scrittori Sommersi

“Gli scrittori devono tornare a ritrovarsi, a discutere, formare delle reti disseminate sul territorio e sostenersi a vicenda, devono uscire dal loro frustrato solipsismo”

È questo uno dei passaggi che più mi ha colpito nel Manifesto di Scrittori Sommersi, un  gruppo di giovani scrittori che stanno cercando di usare la rete per uscire dall’isolamento che spesso accompagna la passione della scrittura. Scrivere certo è un’attività che per sua natura regala intere giornate in compagnia solo della propria fantasia ma alla fine ognuno scrive perché le sue parole siano lette, in qualche modo, e non è facile. Il mondo dell’editoria è complicato e vive su equilibri estremaente delicati perciò credo sia decisivo che gli autori, coloro che proprio non riescono a fare a meno di controllare le parole che dal retro degli occhi scivolano fino alla punta delle dita e da lì sul foglio bianco oppure sullo schermo, prendano in mano gli strumenti offerti dalla tecnologia per mettere in circolo idee, suggestioni, stimoli. Se poi come in questo caso si riesce a produrre perfino una raccolta di 25 racconti pubblicata sul principale strumento sito mondiale di print on demand allora vuol dire che è proprio una bella storia.

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Pubblicare a pagamento. No grazie.

Qualche giorno fa mi trovo nella casella di posta elettronica una mail dalla casa editrice Robin. È una di quelle cui ho mandato copia del libro per cui mi affretto ad aprirla con una certa emozione. In fondo si tratta della prima risposta e voglio gustarmi anche un eventuale primo rifiuto.

Gentile signor De Lazzaro,
ci invii un suo recapito telefonico per contattarla in merito al romanzo Quello che manca che ci ha inviato.  Cordiali saluti

Se vogliono un numero di telefono non credo sia per dirmi che il mio libro non gli è piaciuto. La cosa si fa interessante. Di copie non ne ho spedite molte e ho evitato di farlo a caso. Robin l’ho scelta perché è di Roma, perché ha una collana di gialli e perché sul sito dice di rispondere comunque in un paio di mesi. Detto e fatto, in pochi minuti hanno il mio numero di telefono.

Il giorno dopo mi chiama una persona della redazione e mi dice che il libro è stato letto da due ragazze  e che entrambe hanno compilato una scheda con giudizi molto lusinghieri. Anzi aggiunge anche che raramente le capitano tra le mani schede così positive. Io fremo e gongolo. Mi dice che sono interessati a pubblicare l’opera e mi dice che mi spedirà appena possibile una proposta di contratto. Io sono sempre più contento. Parliamo ancora qualche minuto e prima di finire lei mi anticipa “per correttezza” che il contratto ha una clausola che prevede il riacquisto da parte mia di un certo numero di copie. La mia contentezza svanisce.

Avevo deciso di non mandare la copia dl romanza ai cosiddetti editoria  pagamento e non sapevo che la Robin, che avevo conosciuto per aver letto delle cose, fosse tra queste. Forse la mia posizione è semplicistica ma più o meno è questa: lo scrittore scrive, l’editore produce in modo industriale, il libraio vende e il lettore compra il libro. Il fatto che l’autore per attivare il tutto faccia la parte di 100 o 200 lettori non mi convince. In ogni modo decido di farmi un giro su internet per vedere se trovo qualche informazione che possa aiutarmi.

Mi imbatto per  prima cosa in un forum in cui si parla proprio della Robin e dell’opportunità di pubblicare a pagamento. La platea è divisa e le mie idee ondeggiano tra la tendenza a rifiutare e quella ad accettare. Trovo anche una pagina in cui il rapporto tra un autore esordiente e la Robin è descritto in termini tempestosi ma alla fine l’idea che mi faccio è che questa, tra le case editrici a pagamento, sia tra le migliori. Nel frattempo mi arriva il contratto con la famigerata clausola del riacquisto che riguarda 250 copie e quindi un valore discreto (250 x 14 = 3.500 Euro) e che tra l’altro prevede una rateizzazione che comunque precede la pubblicazione del libro.

Decido di approfittare della gentilezza dimostratami dalla persona della redazione per manifestare le mie perplessità e cercare di capire il punto di vista di un editore in questa faccenda della pubblicazione a pagamento perché magari da fuori uno non si rende conto di tutto. La domanda che faccio è la seguente:

Se voi davvero credete nella validità del mio lavoro perchè non credete che quelle 250 copie sarebbero facilmente vendute magari anche sulla base di attività autopromozionali che potrei portare avanti? È chiaro che se io accettassi la proposta e comprassi le 250 copie non le terrei a casa ma cercherei di rivenderle o regalarle a persone che invece altrimenti potrei invogliare all’acquisto. In qualche modo rappresenterebbe comunque una franchigia alle vendite da autopromozione.

La risposta fa riferimento ai tempi e non mi soddisfa. In estrema sintesi dice che loro anticipano i costi molto tempo prima di incassare con le eventuali vendite per cui in questo modo l’autore condivide questi costi. Ho capito ma qui siamo all’ABC del rischio industriale. Qualunque impresa anticipa capitale. In qualunque settore.

Continuo a girare su internet, trovo anche una petizione online contro l’editoria a pagamento, e a poco a poco tra le idee contrastanti ce ne sta una che comincia a consolidarsi. Questa faccenda della pubblicazione a pagamento vista caso per caso può essere anche accettabile ma vista a livello sistemico è un danno enorme per chi scrive. Infatti altera il mercato in uno dei suoi fattori più importanti quello dell’offerta. Lo altera perché aumenta il numero di opere pubblicate abbassando la soglia del rischio imprenditoriale per l’editore e questo provoca problemi di visibilità per gli autori bravi e di scelta per i lettori. Decido che non farò parte della schiera degli autori che pagano per vedere pubblicata la loro opera prima anche se non mi sento di condannare chi lo fa, non foss’altro perché io in tutto onesta ci ho pensato seriamente.

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